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Consigli e suggerimenti, Da manager a mammager

Come spendere l’ultima attesa mentre si è ancora in dolce attesa?

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Non so voi, ma io che venivo – secondo me – da una situazione di “perfetto controllo” del mondo circostante e piena padronanza di me stessa, quando ho scoperto di essere incinta (e non è stato un “incidente”) ho avuto due reazioni immediate: una è stata “Uh, che meraviglia: e chi se lo poteva immaginare che sarebbe successo veramente!” (a quarant’anni e al primo tentativo) e l’altra è stata “Eh ‘mo?”. La traduzione che fra le tre ho trovato più azzeccata sulla scatolina del Clip Test, fatto a Perugia il 7/4/2015, era appunto… TEST DE EMBARAZO

Trascorsi i primi due, tre mesi in preda agli alti e bassi umorali di quello che – leggendo e chiedendo – ho scoperto chiamarsi “assestamento ormonale” (tipo mettersi a piangere senza motivo, incazzarsi e ridere nello stesso momento, farsi cadere le cose dalle mani, sentirsi inadeguate, avere paura, ecc…), ho iniziato ad apprezzare tantissimo il fatto che la mia, grazie a Dio, è stata da subito- almeno fin qui, 38esima settimana! – la gravidanza che ogni donna, credo, sognerebbe. Niente nausee, nessuna insonnia, zero dolori, ricco appetito non accompagnato da un aumento di peso fuori controllo (mentre scrivo mangio cioccolata e Samuele manifesta generosamente la sua gioia, dall’alto dei miei eccedenti 11 chili), nessuna voglia particolarmente strana o irraggiungibile… insomma: alla fine, quando è così, soprattutto a quarant’anni, ti devi proprio sforzare di ricordarti e, soprattutto, prendere coscienza del fatto che, vuoi o non vuoi, non solo un figlio ti cambierà la vita, ma – da quando vedi quel segnetto positivo sul test di gravidanza, comprato in farmacia il primo giorno di ritardo – di fatto te l’ha già cambiata.

Una gravidanza dura nove mesi, però. C’è tempo, dai: per fare cosa non si sa bene, però ti viene la smania di fare tutto quello che hai la sensazione di non poter più fare dopo. Il bello è che, fin quando avresti potuto farlo liberamente, non te ne fregava un fico secco. Poi, all’improvviso, un corso di shatsu o una vacanza sulle Ande appaiono vitali e urgentissime necessità. Solo quando, grazie all’arrivo di un figlio, hai la sensazione di non essere più “padrona del tempo e dello spazio” capisci davvero di non esserlo mai stata. Questa per me è stata La Grande Lezione. Certo, non ho rinunciato a un bel corso di alta sartoria artigianale in bassa quota e a un tirocinio appassionante finito a settembre, con bella panza al seguito, nell’atelier di Chiara Valentini, per specializzarmi in uno dei miei hobby preferiti (un bel mestiere da fare anche a casa, se ci si vuole dedicare di più e meglio alla famiglia, come ho pensato di fare io), ma sono state occasioni vissute come opportunità di discernimento. Mentre rifinisci a mano un abito con ago e filo, la mente viaggia. Così, in quei mesi, ho avuto il tempo di pensare a dove avremmo messo la culla, a cosa sarebbe stato veramente utile e a cosa da subito sembrava superfluo, a come fare economia, a dove partorire e perché, a come chiamarlo, a come riorganizzare la casa di una ex manager quarantenne, piena di ninnoli inutili e costosi, in quella di una mammager altrettanto quarantenne presto in preda a rincorrere calzini sudati e puzzolenti da lavare in giro per casa… – meglio prepararsi al peggio, dico sempre!

Ed eccomi qui a condividere con voi i semplici frutti di questo raccolto – magari solo personali e soggettivi – che, a forza di ago e filo e sogni mistici tra le Ande e lo shatsu, mi sono trovata a sbucciare e snocciolare solo negli ultimi due mesi.

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Ecco dieci cose che posso dirvi ad oggi di ciò che, da dilettante (perché “primipara tardiva” mi mette tristezza), penso di aver capito “istintivamente con còre de mamma“, soprattutto per chi si troverà a breve alle prese col primo figlio:

1) distinguere le priorità dalle questioni di medio periodo: è sicuramente più urgente e prioritario sapere dove e come vostro figlio dormirà, o capire quanto costa un pannolino, e dove conviene comperarlo, piuttosto che chiedersi dove attaccare l’altalena a forma d’asino, regalata per tempo dalla nonna (se no finiscono!), o leggere le istruzioni della valigetta dell’esploratore che non precederà di certo quella che Giovanni Bollea nei suoi libri chiama l’età della lallazione;

2) capire cosa potete rimediare, almeno in prestito, da generosi amici che, in realtà, il più delle volte, si offriranno da soli di regalarvi cose per loro non più utili a crescere figli ormai adolescenti, tipo il seggiolone o la carrozzina; in generale, il suggerimento è riciclare, riusare, recuperare; verranno tempi in cui ciò che riuscite a risparmiare oggi, potendo fare diversamente, sarà più utile e necessario domani;

3) fare larghissimo uso di internet per eseguire indagini di mercato sulle necessità primarie, comparazioni di prezzo su cose che invece dovrete comperare per forza e acquisti che, se affidati al web con attenzione, vi permetteranno oggettivamente di risparmiare un sacco di soldi e un sacco di tempo, anche dopo; attenzione a non lasciarsi prendere la mano però e a non cedere alle innumerevoli tentazioni che, navigando in internet si rischia facilmente di incontrare e assecondare, tipo le converse che sperate di potergli mettere quando muoverà i primi passi (lo scrive una – cioè io – che chiaramente lo ha fatto e che, col senno di poi, testimonia appunto che non rientra né tra le necessità, né tra le priorità);

4) fare un buon corso pre-parto, almeno due mesi prima della fine del tempo (a me non convince mai arrivare all’ultimo minuto…);

5) preparare l’occorrente mamma-bimbo (la celebre “valigia per l’ospedale” – con tutte le analisi dentro!) almeno un mese prima; io l’ho fatto addirittura due mesi prima, in modo che, quando so di dover aggiungere qualcosa, apro e metto;

6) organizzare una check out list di cose, se ce ne sono, che vi restano da fare prima di “correre” in ospedale, tipo un mini approvvigionamento di vivande di conforto o generi accessori di consolazione per la durata del travaglio, qualche passatempo, un paio di bottiglie d’acqua e qualche biscotto…;

7) instradare con dolcezza e comprensione i papà, insistendo in più occasioni e in più modi, a fare le cose che vanno fatte con una certa celerità (tipo montare un lettino e un fasciatoio o movimentare cose pesanti,), fin quando non la smetteranno di rispondere “si, si certo, adesso lo faccio” in ogni momento, senza rendersi conto che nel frattempo sono passate 15 settimane; siate clementi!, non lo fanno apposta, sono solo maschi;

8) cercare di godersi quanto più possibile le ultime 2-3 settimane di attesa, perché non solo ogni figlio è unico e nel giro di quel poco che resta di questi 9 mesi non lo sentirete più muoversi nella vostra pancia, ma soprattutto non ci tornerà! Lo terrete in braccio, è vero, lo vedrete crescere, camminerà e imparerà a parlare, ma non sentirete più quella suggestiva e bellissima bollicina, che poi diventa una carezza e poi un pugnetto e poi un calcetto che, negli ultimi giorni, osserverete ad occhio nudo sul vostro addome, guardando un film sul divano, come se steste facendo la danza del ventre da ferme; magari avrete altri figli, sì, ma ognuno sarà diverso e questo è un momento in cui nessuno di loro si ripeterà, una volta venuto al mondo;

9) non siate perfezioniste; al bisogno e all’occorrenza fatevi aiutare – se potete – soprattutto nell’ultimo mese; lasciate stare le cose superflue (tipo truccarsi a tutti i costi o avere le mani sempre in ordine) se tolgono tempo e spazio a un po’ di riposo in più, magari alternato a qualche bella passeggiata;

10) niente panico! Siamo passati tutti da lì; è una cosa naturale che dona una ricompensa meravigliosa; è un’esperienza esclusiva che ci regala un “potere” immenso, il più importante di tutti: essere strumento di vita e di continuità.

Fuori da questa top ten – che non so quanto possa esservi stata utile, ma lo spero -, non meno importante, vi direi:

– di non auto documentarvi troppo;

– di non andare in cerca di paure che ancora non avete e che magari non vi riguarderanno neanche mai;

– di non avere la sensazione di sentirvi in pericolo di vita;

– di non immaginare di essere “malate”;

– di non tentare di essere assolutamente certe – tanto non è mai possibile per definizione – di tutto ciò che avrete la sensazione di voler sapere o scoprire, nel tentativo di anticipare tutti i medici o i dottori che vi seguiranno;

– di non essere mai troppo sicure di essere sicure delle scelte fatte da voi rispetto a quelle fatte da altri;

– di non andare a caccia di foto ecografiche sulla morfologica o sulla flussimetrica (a me non hanno attirato neanche le nuove tecniche di ecografie in 3 e 4D): godetevi lo stupore del momento di qualunque natura sia, quando toccherà a voi;

– siate positive, ben disposte, sperate e pregate sempre per il bene anche quando e se, come è successo a me, dovessero dirvi in corso d’opera che avete contratto il Citomegalovirus (che nel mio caso si è poi rivelato per un falso positivo) o che, in prossimità del parto, il liquido amniotico si sta riducendo troppo per il tempo che ancora manca (notizia di stamattina) e non è una buona cosa…

Non so. Io penso che da future mamme non c’è molto altro che possiamo fare se non essere felici a prescindere del miracolo che ci troviamo a vivere, per il tempo che ce ne sarà concesso, senza avere nessun merito speciale ed essendo di fatto prive di qualunque “strumento di controllo” per governare ciò che accade, prima, durante e dopo.

Le nostre nonne si affidavano a quel che era, che Dio voleva. Hanno fatto decine di figli e non hanno avuto nemmeno il tempo di sapere cosa fosse un’anestesia peridurale. Certo, a noi non dispiace che oggi si abbiano tanti mezzi in più e che anche avere dei figli sia una cosa apparentemente più semplice e, perché no, anche meno dolorosa, ma che ce ne facciamo di tutto questo progresso se poi siamo pieni di paure, pre e post preoccupazioni, e non riusciamo a vivere il presente? Tanto guardate che, in fondo in fondo, anche oggi nel 2015, sarà quello che Dio vuole.

Tanti auguri a tutte le gestanti, soprattutto alle partorienti in dicembre, come me. Sarà un Natale memorabile: a chi farà il presepe, suggerisco il bambinello vero! 🙂

Informazioni su Giorgia Petrini

Scrivo da quando ho imparato. Ho sempre fatto l'imprenditrice, da quando sono nata. Ho vinto un sacco di premi (tutti inutili) e ho abbandonato da tempo tutti i poteri forti. Sono mamma di Samuele e moglie di suo padre Marco. Ho scritto per il Sole24Ore e oggi scrivo su www.lascuolanonesiste.blog, sul mio blog personale, poco aggiornato, su Notizie ProVita, su La Nuova Bussola Quotidiana e ...dove è utile. Ho scritto tre libri "L'Italia che innova", "Il Dio che Non Sono" e "La Scuola Non Esiste", sull'educazione parentale, in vendita da dicembre 2018 online e in tutte le librerie (su ordinazione).

Discussione

2 pensieri su “Come spendere l’ultima attesa mentre si è ancora in dolce attesa?

  1. Bell’articolo complimenti 🙂 Anch’io sono in dolce attesa ma ancora la strada è lunga. Ho appena aperto un blog vienimi a trovare se ti va 😉

    imrobertastone.wordpress.com
    La vita di una piccola espatriata in dolce attesa

    "Mi piace"

    Pubblicato da imrobertastone | 9 febbraio 2016, 18:55

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