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Genitori si nasce

I primi 90 (quasi) giorni di mamma e papà

26 Novembre ore 13.15, ospedale Gemelli di Roma: è nato Samuele. 3.200 kg per 49 centimetri di ragazzo. Parto veloce, travaglio tranquillo, il tutto in 5 ore: ci avevano detto che sarebbe stata ben più lunga e dura (dato il primogenito e la mamma quarantenne); ci avevano detto anche che sarebbe nato ben oltre il termine previsto del 8 dicembre 2015 (…infatti è nato il 26 novembre 2015); ci avevano detto tante altre cose, ma… lasciamo correre, hanno poco a che vedere col tema del post, il “nuovo primo” dopo tanto tempo.
Forse, quello che vale la pena ricordare (e che varrà la pena raccontare al “vecchio” Sam) è che anche lui ha già avuto i suoi primi due “miracolini”: il primo perché pareva che il liquido amniotico non fosse sufficiente per arrivare al termine della gravidanza previsto (che secondo chi ne capisce più di noi sarebbe appunto avvenuto ben oltre il 8 dicembre) e il secondo perché è sopravvissuto a un nodo vero del cordone che, in alta percentuale, è motivo morte in grembo. Mettiamocene un terzo: la vita, quella di ognuno di noi, è già un miracolo. Non è mai scontato, o automatico, concepire o essere concepiti. Ancor meno lo è nascere o essere nati. Poco cambia. Entrambe le cose non dipendono per nulla da noi. Non basta volerlo e non è questione di forza di volontà. Quasi niente lo è nella nostra vita. Siamo tutti già pensati in un percorso, in una via. Possiamo e dobbiamo contribuire, con scarpe comode e tenendo gli occhi ben aperti, ma per il resto si tratta “solo” di impegnare bene il cuore e la coscienza, quei preziosi doni che il cielo ci regala e che noi siamo chiamati a spendere in totale libertà avendo prima cura di noi stessi e poi degli altri.

And so, siamo diventati da poco genitori di Samuele (clicca qui per la storia e le ragioni del suo nome), anche se genitori si diventa, o meglio si è, da prima di “pensarlo” un figlio, secondo me. E “a che punto siamo” dopo questi primi 90 (quasi) giorni?, ci si domanda da “veri capitani d’industria” e manager quali entrambi siamo stati. Non conta chi sei, quanto ti ritieni bravo o incapace o cosa sei diventato nella vita, tanto “comandano loro”. E da quelle quattro cose che fanno s’impara tutto. Senza parlare, un neonato ti insegna che non sei padrone del tempo; che la medicina non è una scienza esatta (come tutta la scienza stessa); che la pianificazione delle tue giornate se ne va a pallino senza che te ne freghi nulla; che tante cose che facevi non sono in fondo – né in superficie – così necessarie; che un pannolino da cambiare o una tetta da ciucciare sono fatti ben più urgenti del frigo vuoto da riempire o dei piatti da lavare; che di fronte a un pianto disperato – che magari dura tutta la notte – sei un imbecille qualunque; che tante notti insonni passate a divertirti o a lavorare non sono niente in confronto a quelle passate a chiedere inutilmente, con dolcezza ed impotenza, “perché piangi, amore mio, cosa posso fare per te?” a un minimo essere vivente che non ti risponderà prima di due anni, ovvero quando ormai lui lo avrà dimenticato (e anche tu); che non sei mai stato responsabile come quando hai capito che saresti diventato genitore; che l’unica cosa che sconfigge la paura di diventarlo, quando lo scopri, è lasciarti possedere dalla gioia, dalla gratitudine, dalla fiducia e dalla fede; che tante cose che farai ti verranno automatiche tanto quanto quelle che dimenticherai di fare o che farai male; che non sei il primo né l’ultimo, come non sarai migliore o peggiore di nessuno; che lui è al centro del mondo, non tu; che tu sei toccato a quel figlio e lui è toccato a te, in un intreccio di sangue e genetica che di questo disegno divino farà essere quella relazione eterna, unica, inimitabile e per sempre esclusiva; che sei solo all’inizio e che pur non essendo un gioco sarà un gran divertimento… e poi, e poi, e poi… un’infinità di altre cose, poi. Impari. Cresci. Ti dimeni da mattina a sera per stare dietro ai pannolini sporchi (che – per inciso – vanno nel “secco residuo”) alle tutine che diventano corte e strette in due settimane, alle ore che perdi in contemplazione di un visetto che giorno per giorno si fa più paffuto e simpatico, ai 4 zaini che ti porti dietro quando esci per poi scoprire quando torni che in fondo quasi bastava un pannolino, al timer delle ore del giorno in cui dorme, alle nonne che chiedono un resoconto dettagliato tutti i minuti come se di nipoti ne avessero già tre o quattro… però insomma, alla fine, quello che conta veramente (e che scopri all’improvviso come se lo avessi sempre saputo) è che hai fatto gol. Non è questione che un figlio lo vogliono o lo fanno tutti (che poi non è vero) o che la tua vita ha senso solo in funzione della sua. E’ che finalmente conosci te stesso, tutta la tua debolezza, i tuoi limiti e le tue paure, ma anche la tua bellezza, di cosa sei capace, che cosa ti intenerisce il cuore, chi sei tu veramente. Perché in fondo non contano i titoli, le abilità o le professioni, l’intelligenza, i meriti o i risultati. “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore” – San Giovanni della Croce – e se non te lo insegna un genitore, un fratello, un amico, un marito, un maestro, un’esperienza che fai o una persona che aiuterai, te lo insegna sicuramente un figlio. Questo è il vero gol: scoprire d’un tratto cosa conta veramente, per cosa siamo nati, cosa ci fa essere e non sembrare, cosa ci rende parte del presente e del futuro del mondo che nostro non è, ma ci è stato affidato. Da noi, chiamati a contribuire alla creazione e alla sua custodia, in parte “dipende”.

Lasciamo stare le sfumature: quante cacche, quante pipì, quante notti in bianco. Pensiamo a quel gol. Pensiamo a quanto un figlio ci dona e non a quanto “si prende”; pensiamo a che lezione di vita è per noi e non a cosa gli dovremo insegnare; pensiamo a quanto siamo incapaci e scopriremo di cosa siamo capaci veramente; a quanto siamo deboli e scopriremo la nostra forza; a quanto siamo piccoli e scopriremo la nostra grandezza. Loro imparano da ciò che vedono. Cosa vedranno di noi? Il nostro cuore o la nostra apparenza? Il nostro amore o la nostra durezza? La nostra allegria o la nostra accidia? Perché per fare quel gol la vera mira da prendere è solo questa.

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1Samuele 16,6-11

6 Quando furono entrati, egli osservò Eliab e chiese: «È forse davanti al Signore il suo consacrato?». 7 Il Signore rispose a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né all’imponenza della sua statura. Io l’ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore». 8 Iesse fece allora venire Abìnadab e lo presentò a Samuele, ma questi disse: «Nemmeno su costui cade la scelta del Signore». 9 Iesse fece passare Samma e quegli disse: «Nemmeno su costui cade la scelta del Signore». 10 Iesse presentò a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripetè a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». 11 Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge». Samuele ordinò a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui».

Informazioni su Giorgia Petrini

Scrivo da quando ho imparato. Ho sempre fatto l'imprenditrice, da quando sono nata. Ho vinto un sacco di premi (tutti inutili) e ho abbandonato da tempo tutti i poteri forti. Sono mamma di Samuele e moglie di suo padre Marco. Ho scritto per il Sole24Ore e oggi scrivo su www.lascuolanonesiste.blog, sul mio blog personale, poco aggiornato, su Notizie ProVita, su La Nuova Bussola Quotidiana e ...dove è utile. Ho scritto tre libri "L'Italia che innova", "Il Dio che Non Sono" e "La Scuola Non Esiste", sull'educazione parentale, in vendita da dicembre 2018 online e in tutte le librerie (su ordinazione).

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